di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)
da Uguali per Tutti
Ormai è una costante di questo misero Paese in cui viviamo.
Appena i magistrati scoprono qualche delinquente, subito i vertici delle più importanti istituzioni si mettono a insultare sguaiatamente … i magistrati e a difendere i delinquenti.
In sostanza, il nemico numero uno nel nostro Paese sono i magistrati.
Va in onda la tolleranza zero contro gli “sbirri”.
Non sfugge a questa ormai costante prassi l’indagine di Trani.
Contro di essa si è già detto di tutto e, fra l’altro, che sarebbero state fatte intercettazioni “a strascico” e che i magistrati avrebbero agito violando la competenza territoriale.
Forse chiarire qualche punto della questione può risultare utile.
1. Nessuno può dire se l’azione dei magistrati di Trani è stata o no corretta senza aver letto gli atti del procedimento. Le affermazioni di chi parla di irregolarità e scorrettezze senza avere letto gli atti sono irresponsabili e prive di qualunque senso e fondamento, che non sia, ovviamente, la strumentalizzazione delle proprie parole a fini“politici” (paradossi di questo Paese dove la politica è ridotta al favoreggiamento).
2. Ciò che è fino ad oggi di dominio pubblico sull’indagine di Trani non consente per nulla di affermare né che si siano fatte intercettazioni “a strascico” né che siano state violate le regole della competenza territoriale (fermo restando, ovviamente, che, quando si potranno leggere gli atti – e solo allora - si potrà dire con cognizione di causa se tutto sia stato o no regolare; allo stato, visto da fuori, tutto sembra perfettamente regolare).
3. Sulla base di ciò che si sa in questo momento dai giornali la situazione sarebbe uguale a quella che si verifica abitualmente in mille casi giudiziari dei quali il Ministro ovviamente non si interessa.
Lo schema è il seguente.
Il pubblico ministero Tizio sta intercettando il telefono di tre rapinatori della sua città (Poggiobelsito di sotto) e tramite queste intercettazioni sta acquisendo prove delle rapine che hanno commesso nella sua città.
Un giorno due dei rapinatori che intercetta, parlando fra loro, dicono una cosa tipo: “Hai saputo che Pippo e Mario hanno ammazzato Giovanni? Ma ora gliela facciamo pagare”.
Questo fa emergere elementi di prova di altri reati: l’omicidio di tale Giovanni, già consumato, avvenuto non si sa quando e non si sa dove, e l’organizzazione tuttora in corso di una vendetta contro gli assassini da compiersi non si sa come e non si sa dove.
Il pubblico ministero che ascolta queste telefonate ha il dovere di attivare immediatamente tutte le iniziative più opportune per acquisire e assicurare gli elementi di prova di quei reati e per impedire il compimento dei reati in corso di organizzazione (la vendetta).
Dunque, svolge indagini per identificare Pippo e Mario, che vengono indicati dal suo rapinatore come gli assassini di Giovanni, e attiva le intercettazioni dei loro telefoni.
Ovviamente, tali intercettazioni non possono in alcun modo essere definite “a strascico” e chi le definisce tali compie opera di grave disonestà intellettuale. Quel pubblico ministero, infatti, sta intercettando – peraltro, su autorizzazione del G.I.P. competente – persone specifiche a fini specifici e in presenza di indizi di reato specifici.
Nel corso di queste intercettazioni emergono via via elementi di giudizio che gli consentono di individuare con più precisione i termini dell’omicidio di Giovanni - se è vero che c’è stato, dove è stato commesso, da chi e perché – e della vendetta in programma – come dovrà compiersi, ad opera di chi e dove.
Appena ha acquisito e assicurato tutti gli elementi di prova che, se non acquisiti e assicurati subito, potrebbero disperdersi e appena è sicuro che sono cessate le attività criminose ancora in corso e che richiedono un monitoraggio quotidiano per essere, se possibile, interrotte, il pubblico ministero conclude la sua attività, stralcia gli atti, forma un nuovo fascicolo e lo manda alle Procure che a quel punto saranno apparse competenti (ipotizziamo, per esempio, Roma, dove si è scoperto che sarebbe avvenuto l’omicidio, e Milano, dove era stata organizzata la vendetta).
Non poteva sospendere le intercettazioni prima e non poteva trasmettere gli atti a Roma e Milano prima perché:
1. per trasmettere gli atti a Roma e Milano avrebbe dovuto sospendere le intercettazioni, che sarebbero riprese solo dopo che un p.m. di Roma e uno di Milano avessero chiesto a un G.I.P. di Roma e a uno di Milano e questi ultimi disposto nuove intercettazioni da Roma e da Milano;
2. sospendere anche solo per dieci minuti (non parliamo di un paio di giorni o una settimana) intercettazioni dalle quali stanno giungendo prove di reato significa correre il rischio di perdere per sempre ciò che verrà detto in quei dieci minuti o due giorni o una settimana; potenzialmente nulla di importante o di assolutamente decisivo (non è possibile saperlo a priori);
3. per definire con certezza questioni come il tipo di reati commessi e la competenza a occuparsene è necessario acquisire una serie di elementi e di riscontri che difficilmente emergono da una telefonata; più probabilmente da un insieme di telefonate lette in maniera coordinata fra loro.
Dunque, in sostanza, vista da fuori, l’azione dei colleghi di Trani appare di ineccepibile correttezza.
Hanno casualmente avuto indizi di gravi reati mentre indagavano su altri.
Hanno acquisito e assicurato (come imposto dal codice di procedura penale) le prove che potevano perdersi se non acquisite e assicurate tempestivamente.
Hanno, infine, delibato la loro competenza e trasmesso ad altri uffici gli atti ritenuti di competenza di quelli.
Accade migliaia di volte al giorno in mille processi, posto che oggi raramente criminali di un certo livello agiscono solo in una città (basti pensare a quante sono le città nella quale risulta avere agito la cricca coinvolta nell’inchiesta sulla Protezione Civile).
In molti casi, prima di trasmettere gli atti per competenza ad altri, si procede anche alla cattura degli indagati, se vi siano esigenze cautelari da assicurare: per esempio, se sembra che stiano per commettere altri reati o se vi è il rischio che inquinino le prove o fuggano.
Nei mille altri casi in cui tutto ciò accade ogni giorno nessuno fa dichiarazioni avventate e prive di fondamento (per la semplice ragione che non si tratta di coprire ancora Berlusconi).
Le cose vanno a buon fine.
Come ho già scritto qui in altre occasioni, decine di soloni – giornalisti, politici, purtroppo anche deputati e ministri – hanno detto una montagna di cose insulse sul caso della signora Lonardo/Mastella, ironizzando sul fatto che i magistrati di Santa Maria Capua Vetere ne avevano disposto la cattura pur sapendosi e dichiarandosi incompetenti e trasmettendo DOPO gli atti a Napoli.
Tutti i giudici dei diversi gravami, fino alla Corte di Cassazione compresa hanno confermato la correttezza e legittimità dei provvedimenti dei magistrati di Santa Maria Capua Vetere e la signora Lonardo/Mastella è stata rinviata a giudizio.
E tuttavia ancora continuiamo a sentire citare il caso Lonardo/Mastella come esempio di atto illegittimo della magistratura.
Abbiamo subìto ogni genere di insulto e piagnisteo per la cattura del Presidente della Regione Abruzzi Ottaviano Del Turco e anche in quel caso la condotta dei magistrati è risultata pienamente legittima e Del Turco va a giudizio.
Infine, sembra evidente che, ove mai i magistrati di Trani avessero agito scorrettamente, saranno spazzati via dalla magistratura entro poche ore, come già accaduto anche a magistrati che avevano agito in maniera pienamente legittima: fra i tanti esempi, i colleghi De Magistris, Apicella, Nuzzi, Verasani e Forleo.
In questi tempi le c.d. istituzioni sono tendenzialmente solidali con i delinquenti e tendenzialmente ostili ai magistrati.
Capita quando, come dicono le relazioni delle varie commissioni antimafia, la criminalità si fa talmente forte da infiltrarsi massicciamente nelle strutture del potere economico e politico.
Da essere, insomma, non più in campagna come un tempo, ma in borsa e in Parlamento.
Fra le mille vicende citabili in proposito, bastino (per limitarsi alla stretta attualità) quella del senatore Di Girolamo, al quale un capomafia dice “Nicò devi obbedire sei il mio schiavo” e quella del vicepresidente della Regione Puglia che, stando a quanto emerge dai giornali di oggi, prendeva una sorta di stipendio dallo stesso corruttore che mandava prostitute a casa del Presidente del Consiglio (ma Berlusconi dice che non sapeva che erano pagate. Credeva che fosse amore. Mentre il suo avvocato dice che lui era solo - sic! -“l’utilizzatore finale“).
Cose del genere nel Burkina Faso produrrebbero le dimissioni di tre quarti della classe dirigente del paese.
In Italia producono un’aggressione sempre più volgare e isterica ai magistrati e, possibilmente, la loro cacciata.
E’ il segno di quanto grave è la nostra malattia.
Oggi come oggi fare paragoni con i regimi sudamericani di un tempo risulta offensivo dei sudamericani.
In nessun paese non dico civile, ma decente, i magistrati vengono insultati da uomini con incarichi istituzionali e di governo e per di più anche dal Ministro della Giustizia senza un fondamento e “a prescindere”.
Ieri si è avuto anche dell’umorismo involontario ad opera di tal Capezzone, che, a proposito dell’arresto del vicepresidente della Puglia ha dichiarato: “Noi siamo diversi dalla sinistra, e non esultiamo mai per le manette, neanche nel caso di Frisullo”.
Traduzione: noi non stiamo mai dalla parte della giustizia, neppure quando arresta i nostri avversari politici. Perché per noi i giudici sono più nemici di qualunque nemico. Noi siamo proprio contro la giustizia e basta. A prescindere.
Anni fa cose del genere si sentivano dire solo ai più irriducibili padrini. Ora le sentiamo dire a gente che sta al governo.
Questo dovrebbe fare riflettere molto.
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